Al via le Olimpiadi 2016 di Rio de Janeiro. La bellezza nella diversità e la consapevolezza di appartenere tutti alla stessa razza, quella umana. La storia di Samia Yusuf Omar e il sogno delle Olimpiadi.

Olimpiadi: la celebrazione dell’umanità attraverso lo sport

Lo so, questo articolo può apparire fuori tema in un blog che tratta di diritto e di negoziazione. Ma nemmeno più di tanto, se si parla di un evento, le Olimpiadi, che celebra l’umanità intera, i diritti e la dignità dell’uomo attraverso lo sport.

Non di rado, i giochi olimpici sono stati l’occasione per portare alla ribalta mondiale la storia di popoli e di persone emarginate, sensibilizzando l’opinione pubblica sui mali del mondo.

La squadra olimpica dei profughi: memento homo

I giochi di Rio 2016 non saranno da meno ed ospiteranno, per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, una squadra di rifugiati composta da dieci atleti africani: cinque velocisti del Sud Sudan (regione da lungo tempo in conflitto con il nord del Paese, a seguito di fallimentari politiche neocolonialiste), due nuotatori siriani (la guerra civile in Siria è argomento di attualità), due lottatori marziali del Congo (terra ricca di foreste, diamanti, oro e coltan) ed un maratoneta etiope.

La squadra dei profughi, istituita per volontà del Comitato Olimpico Internazionale, parteciperà ai giochi sotto il vessillo dei cinque cerchi olimpici (quindi occhio alla cerimonia d’apertura della manifestazione): occasione per sensibilizzare il mondo intero sul fenomeno dei migranti africani, ben noto all’Italia ed ai Paesi dell’Unione Europea.

Le Olimpiadi, palcoscenico del mondo

Messico-1968-pantere-nere-focuslegalePrima di Rio e dei giochi brasiliani, le Olimpiadi sono state, giocoforza, il palco mediatico in cui si sono consumati drammi collettivi, manifestate denunce di protesta, sviluppate le storie di piccoli atleti diventati leggenda: il massacro di Tlatelolco, che precedette le Olimpiadi di Messico 1968 (conosciuta anche come “strage di piazza delle tre culture” con la morte di cinquanta studenti che protestavano contro il governo locale dell’epoca); i piedi scalzi ed il pugno guantato di nero, in segno di protesta, degli atleti statunitensi Tommy Smith e John Carlos, pantere nere in una cerimonia di premiazione di Messico 1968; l’attentato di Monaco 1972, in occasione del quale un commando di terroristi palestinesi, fatta irruzione nel villaggio olimpico, ha sequestrato e massacrato undici atleti israeliani.

Samia, l’atleta somala che ha vinto la sua battaglia

Ci sono vicende meno note che hanno toccato il cuore degli spettatori e che, a distanza di tempo, hanno conquistato il mondo intero: chi ricorda la storia della piccola Samia, velocista somala di soli diciassette anni? Quella Samia che, alle Olimpiadi di Pechino 2008, gareggiò nei 200 metri femminili, accanto alle star dell’atletica mondiale? Samia, quella ragazza di Mogadiscio che, nonostante le severe leggi della shaaria ed il terrore dell’estremismo islamico in Somalia, ha rappresentato la sua nazione ai giochi olimpici in Cina?

Samia partecipa alle Olimpiadi di Pechino 2008

In occasione dei 200 metri femminili, Samia arriverà ultima ma la sua storia non verrà dimenticata, ed il tragico epilogo della sua vicenda sarà testimonianza per chi verrà dopo di lei.
Dopo l’emozionante parentesi di Pechino, Samia, nel frattempo rientrata in Somalia, è sempre più determinata a partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012.

Lo desidera con tutta la sua forza: essere la prima donna somala che vince una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Un gesto di ribellione contro la violenza dell’estremismo islamico che avvelena la Somalia ed il suo popolo.

E così Samia, consapevole che per lei non c’è futuro nell’amata patria natìa, decide, col dolore nel cuore, di lasciare la sua terra e raggiungere la sorella Hodan, esule in Finlandia.

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Il lungo viaggio di Samia

Il desiderio di realizzare il suo sogno la spinge ad affrontare un lungo viaggio, attraverso il deserto del Sudan per poi arrivare in Libia e, da qui, imbarcarsi per l’Italia insieme ad altre centinaia di fuggitivi.

Al largo, in alto mare, il barcone che la trasporta rimane in balìa del flutti. E’ finita la benzina e la carretta si lascia trasportare dalle onde del mare. In lontananza si intravede un’imbarcazione, che si avvicina sempre più.  Siamo al largo di Lampedusa ed un pattugliatore della Marina Militare italiana giunge in soccorso dei naufraghi.

Ad un passo dal sogno

Dopo tanta paura e sofferenza, Samia è terrorizzata ma allo stesso tempo felice: ad un passo dal suo sogno si tuffa in mare per aggrapparsi ad una delle cime lanciate dall’imbarcazione militare: nella mente il sorriso della sorella Hodan, nel frattempo divenuta madre di una bella bimba che, dicono, somiglia tanto a zia Samia; gli allenamenti che verranno, le Olimpiadi di Londra e quella medaglia d’oro tanto agognata, promessa al papà morto ammazzato anni prima. Perchè Samia è una guerriera.

Samia Yusuf Omar, gazzella somala, muore affogata in un giorno dell’aprile 2012, al largo di Lampedusa e ad un passo dal suo sogno. Un’adolescente, come tante dei giorni nostri, cresciuta troppo in fretta e che da sola ha attraversato il deserto per imbarcarsi e morire su una carretta del mare.

Una vita, tra le tante, delle migliaia di profughi che ogni giorno varcano le acque territoriali del nostro Paese, al termine di un lungo viaggio ed in cerca di un futuro.

“Non dirmi che hai paura”: la vita di Samia Yusuf Omar

La sua vicenda ci è stata tramandata da Abdi Bile, atleta somalo degli anni 80, il quale ha chiesto di ricordare Samia ed il suo coraggio.

Il giornalista Giuseppe Catozzella ne ha narrato la storia nel libro “Non dirmi che hai paura” che consiglio di leggere in occasione dei giochi olimpici.

Nessuna valutazione, nessuna riflessione. Solo una storia da leggere.
Che i giochi abbiano inizio. Forza Samia!